Nella nostra cultura occidentale la nascita di un figlio è collegata al mito di un momento idilliaco di grande armonia e felicità. Questo influenza credenze e aspettative nei futuri genitori. Troppo poco spesso ci si dimentica che la nascita di un figlio è uno degli eventi della vita che portano con sé grandissimi cambiamenti, richiedono molta flessibilità e un certo periodo di tempo per l’adattamento.

Negli ultimi anni il termine depressione post-partum (letteralmente dopo il parto), è stato sostituito da depressione perinatale, per indicare che questa condizione non si verifica solo dopo il parto, ma nel periodo compreso tra gravidanza e primo anno di vita del bambino. Sappiamo infatti che in Italia durante il primo trimestre di gravidanza il 7% delle donne soffre di depressione, mentre durante il secondo e terzo trimestre la percentuale sale al 12%. Questo disturbo ha delle conseguenze sulla qualità della relazione tra mamma e bambino, poichè una mamma con depressione non riesce a comunicare e rispondere efficacemente ai bisogni del neonato.

La depressione perinatale dei papà

Ebbene sì. Anche il mondo maschile e i papà sono soggetti al rischio di depressione perinatale paterna che colpisce circa 1 uomo su 10 dalla gravidanza al primo anno di vita del figlio. Il mondo scientifico e la nostra cultura hanno prestato troppo poca attenzione all’universo maschile, non considerando che anch’esso è coinvolto in questo turbine emotivo e di rapidi mutamenti. Tuttavia, la depressione dei neopapà è spesso molto più difficile da riconoscere e raramente giunge all’attenzione di occhi esperti. Questo accade proprio per il pregiudizio secondo cui un “vero uomo” deve essere forte e la depressione perinatale non lo riguarda.

Le conseguenze sono dirette sul legame di coppia e sulla relazione mamma bambino: il papà infatti non riuscirà a dare il supporto necessario alla sua compagna, con un riflesso sul benessere sia della mamma che del bambino.

Depressione perinatale vs baby blues: le differenze

8 donne su 10 riportano il vissuto del baby blues, reazione comune, dovuta anche ai picchi ormonali nei giorni successivi al parto. A differenza della depressione perinatale tende a risolversi  in maniera spontanea entro i primi 10-15 giorni di vita del bambino e a non avere un impatto sulla salute del bambino e sul legame di cura.

Emozioni negative post parto Udine accantoalladonna

La depressione perinatale invece è meno frequente (dal 7 al 12% delle future mamme o neomamme), si manifesta solitamente tra la 6° e la 12° settimana dopo la nascita del bambino, ma può presentarsi anche durante la gravidanza e fino al primo anno di vita del bambino.

Come riconoscere prima possibile la depressione perinatale? 3 campanelli d’allarme fondamentali per i neogenitori e i familiari.

  1. Confusione mentale: sensazione di avere la testa nel pallone, annebbiamento e vortici di pensieri scarsamente controllabili.
  2. Irritabilità (labilità emotiva): scarsa tolleranza a eventi che prima erano facilmente tollerati, reazioni emotive sproporzionate rispetto alla causa. La sensazione è quella di scattare come una molla per avvenimenti talvolta di poco rilievo.
  3. Ansia e senso di insicurezza: intenso e costante stato di paura, percezione di minaccia incombente, stato di allerta fisiologico ( sudorazione, mal di testa, palpitazioni, dolori al petto) e psicologico. Talvolta accompagnati da ritmi sonno-veglia e alimentazione irregolari.

Quando questi 3 aspetti sono presenti per due settimane o più il consiglio è di rivolgersi ad una figura competente perché:

  • I rischi sulla salute fisica e psichica di mamma papà e bambino sono enormi. Un piccolo esempio: una mamma con depressione post-partum non riesce a rispondere in modo appropriato al pianto del suo bambino. Non è che non vuole, non riesce anche perché le aree del cervello che solitamente si attivano nelle mamme in risposta al pianto e le consentono di agire prontamente, non vengono attivate. That’s it.
  • La situazione non migliora quasi mai da sé e più il tempo passa più perdiamo tempo prezioso.

Confrontatevi con amici, familiari, ma per uscirne c’è bisogno di un aiuto specialistico. Rivolgetevi al vostro medico di base. La forma di aiuto più efficace indicata dalla comunità scientifica resta la psicoterapia ad orientamento cognitivo comportamentale. Quindi cercate uno psicoterapeuta appartenente a questo orientamento nella vostra zona.

Bibliografia

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